mercoledì 19 agosto 2020

L’APPRENDIMENTO “SOCIAL” E LA SCRITTURA COLLABORATIVA

ABSTRACT

Questo breve studio esplorativo sugli strumenti “social” per la didattica, l’apprendimento e la produzione di contenuti, ha il principale obiettivo di raccogliere alcune definizioni basilari per comprendere cosa sono il “social learning” e l“editing collaborativo”, oltre a fornire alcuni esempi di questi.

 

INTRODUZIONE.......................................................................................................................... 1

MEGLIO L’E-BOOK O IL CARTACEO?!................................................................................... 2

MEGLIO LA LEZIONE FRONTALE, REGISTRATA O “CAPOVOLTA”?!.......................... 3

PARTE 1: DEFINIZIONI.............................................................................................................. 4

1,1 WEB 2.0 e UGC........................................................................................................................ 4

1,2 SOCIAL NETWORK, SOCIAL MEDIA O SEMPLICEMENTE “SOCIAL”..................... 5

1,3 STRUMENTI E RISORSE PER IL SOCIAL LEARNING.................................................... 6

1,4 RISORSE EDUCATIVE APERTE: DALL’OPEN SOURCE ALL’OPEN LEARNING.... 6

1,5 SCRITTURA COLLABORATIVA O COLLABORATIVE EDITING E I GROUPWARE 7

PARTE 2: ESMPI DI SOCIAL LEARNING TOOLS E DI EDITING COLLABORATIVO... 8

2,1 DUE ESEMPI DI SOCIAL LEARNING TOOLS: MENDELEY E COMMONSPACES.. 8

2,2 ALCUNI ESEMPI DI EDITING COLLABORATIVO: DALL’ENCICLOPEDIA ALLA MAPPA MENTALE, PASSANDO PER LA NARRATIVA “INTRECCIATA”....................................... 9

2,3 I SOCIAL “NON DIDATTICI”............................................................................................... 9

CONCLUSIONI........................................................................................................................... 10

 

 

 

INTRODUZIONE

L'uso dei social media in ambito didattico sembra diventare sempre più diffuso (che si tratti di "social" esclusivamente ideati per fini formativi o meno), insieme a quello di piattaforme e strumenti di editing collaborativo ed "e-learning". Altrettanto diffusa sembra la propensione a preferire metodi di insegnamento e apprendimento più tradizionali, come la lezione frontale, mostrando un certo scetticismo nell’uso di strumenti informatici, e quindi, per esempio, verso le lezioni video in diretta o differita “a distanza”, preferendo invece metodi tradizionali come il “faccia a faccia”[1].

Il fine di questo studio non è stabilire quale sia l’attitudine prevalente anche perché, accanto alle “vocazioni”, alle “visioni” di una didattica più tradizionale e una più innovativa, se ne aggiunge almeno una terza: è quella della fusione di tecnologie più recenti e “digitali” con quelle precedenti e “analogiche”. Tendenza destinata, a detta di chi scrive, a diventare un nuovo modello di insegnamento e apprendimento (sempre ammettendo che un cambiamento radicale in realtà non sia in corso o già avvenuto, almeno in parte).

Obiettivo principale di questo scritto è quello di fornire delle definizioni di espressioni particolarmente rilevanti negli ambiti “social” dell’apprendimento e della produzione di contenuti. Si partirà da quelle di “social media” e “social network” per arrivare a quelle affini a queste come “social learning tools”.

Dopo aver cercato di fare chiarezza “sulle parole” si menzioneranno alcuni programmi per il “social learning” e il “collaborative editing” dedicati all’ambito scolastico. Si parlerà quindi di strumenti per gestire le citazioni come Mendeley, che funge anche da social media in ambito accademico, di piattaforme per la scrittura collaborativa come Wikipedia o Intertwine, di piattaforme dedicate esclusivamente alla “sfera accademica” come CommonSpace e si accennerà all’uso di piattaforme e social media come Twitter e Facebook, oltre a un certo tipo di uso “collaborativo” di uno strumento come un blog, originariamente concepito come una sorta di registro o diario “personale”, per citare un esempio (similmente si può usare per comunicare oralmente e in maniera scritta, con più persone in tempo reale, per fini didattici o lavorativi, usando un’app come Discord, originariamente pensata come chat per videogiochi).

 

MEGLIO L’E-BOOK O IL CARTACEO?!

L’opinione di chi scrive questo testo è che il problema non è se strategie e strumenti didattici "classici" sono più o meno validi di quelli più recenti. Le questioni fondamentali sono piuttosto quali sono da scartare o innovare e come integrarli a seconda dei diversi contesti. Esemplare a riguardo può essere l’annosa questione delle maggiori qualità dei supporti testuali cartacei rispetto a quelli digitali e viceversa. A detta di chi scrive a volte il cartaceo, a livello sensoriale, sembra essere qualitativamente migliore: la percezione dei caratteri stampati e delle pagine da sfogliare di solito risulta più efficace e piacevole rispetto a scrollare un mouse o a sfogliare “schermate di pagine”, che siano retroilluminate o meno. Altre volte consultare “zoommando” testi su un tablet o un telefonino e perché no, anche su una schermata del nostro pc proiettata e ingrandita, potrebbe risultare più comodo. In un testo cartaceo non si possono inserire animazioni e collegamenti ipertestuali, mentre su quello digitale è più difficile (se non impossibile in molti casi) aggiungere appunti scritti a mano rapidamente. Continuando con esempi di questo genere, sembra quantomeno improbabile che un indice analitico possa rimpiazzare la ricerca della ricorrenza in un testo di una singola parola, anche perché molte volte non ci sono indici analitici o comunque molte parole non vengono incluse al loro interno. Si potrebbe poi parlare pure di questioni connesse all’ambiente e allo spazio: il consumo di carta e lo spazio fisico che un libro occupa sono dei problemi rilevanti, ma anche l’impatto dell’estrazione di minerali per realizzare strumenti tecnologici e la conservazione di dati digitali non sono trascurabili. Quindi è migliore il supporto testuale digitale o analogico?! Dipende dai singoli casi, da preferenze e abitudini soggettive… Forse può essere meglio anche averli entrambi!

Oltre alle questioni cognitive riguardanti la consultazione e quindi la lettura dei testi si dovrebbero considerare anche quelle pertinenti la produzione di questi. Anche per quanto riguarda la scrittura si può fare un esempio di come la soluzione migliore potrebbe essere quella di fondere tecnologie più antiche e recenti: perché non prendere appunti a penna e successivamente digitalizzarli con appositi software, o magari direttamente con un pennino, non quello del calamaio, ma quello di uno schermo capacitivo?!

Ampliando il discorso sulla scrittura si può fare un confronto tra il battere a macchina e “a tastiera”: l’analogica macchina da scrivere, per quanto possa esercitare un fascino maggiore sui più nostalgici, è infinitamente meno versatile per modificare un testo. È anche vero però che la facoltà di correggersi offerta dalla videoscrittura ci dà la “comodità” di sbagliare più facilmente: la possibilità di correggere agilmente un testo e i correttori automatici ci fanno diventare meno ferrati nella grammatica, nell’ortografia e meno sicuri di ciò che esprimiamo in generale?! Probabilmente sì, a meno che i “nativi digitali” e le successive generazioni non sviluppino altri meccanismi per compensare la “comodità” del potersi correggere. D’altro canto è anche vero che questo “potere” della correzione può spingere a porre dei dubbi, anche su noi stessi, e a sviluppare una concezione più critica della realtà e della possibilità dell’errore, delle nostre capacità così come dei nostri limiti. Forse è per questa paura della possibilità della correzione e della conseguente insicurezza che, fino al 2007, l’elaborato scritto per l’esame da giornalista professionista si svolgeva con una macchina da scrivere, o forse per questioni burocratiche o gestionali, in particolare per la possibilità di brogli più facilmente realizzabili con il digitale.

 

MEGLIO LA LEZIONE FRONTALE, REGISTRATA O “CAPOVOLTA”?!

Nel 2007 due insegnanti di chimica americani cominciarono a registrare e trascrivere le loro lezioni con un software. Lo scopo era quello di risparmiare tempo non dovendo rispiegare i medesimi argomenti a studenti assenti. Però non erano solo questi ultimi a trovare utile l’iniziativa: anche chi era stato presente riutilizzava quei materiali perché magari gli era sfuggito qualcosa o per ripetere. Da qui nasce l’idea di un diverso approccio all’insegnamento, noto come “flipped classroom”[2], letteralmente la “classe capovolta” e chiamata anche “didattica capovolta”. Di norma il momento dello studio individuale avverrebbe dopo la lezione frontale in classe. Se però la lezione frontale, tramite il video, facesse parte dello studio individuale prima della lezione a scuola, <<la classe diventerebbe il posto dove spiegare i problemi passo per passo, anticipare concetti e impegnarsi in un apprendimento collaborativo[3]>>.

Ovviamente ci sono dei pro e dei contro di questo metodo, i più ovvi (almeno in linea teorica) sono rispettivamente la possibilità di avere più tempo a scuola da dedicare a ogni singolo studente e meno tempo per questi ultimi da dedicare ai “compiti”. Tuttavia <<la cosa più importante è che tutti gli aspetti dell’istruzione possono essere ripensati per massimizzare al meglio il tempo di apprendimento[4]>>.

La nascita delle “flipped classroom” è quindi esemplare di come il “vecchio e il nuovo” si combinano andando a creare nuove modalità di insegnamento, contenenti comunque qualcosa di precedente, consolidato e quindi percepito come tradizionale.

 

Concludendo questa parte introduttiva, in generale si può dire che ogni tecnologia, oltre a offrire delle soluzioni a dei problemi ne porta con sé di nuovi, cambiando il nostro “stile cognitivo” (per esempio l’ipertestualità può essere associata a una maggiore “granularità” dei pensieri e dei discorsi, aumentando la possibilità di “balzare” da un argomento all’altro). La stessa invenzione della scrittura su delle tavolette migliaia di anni fa ha generato dei cambiamenti: non si deve quindi avere paura dei mutamenti ma comprenderli e apportarne di nuovi, correggendo e integrando, se necessario.

 

PARTE 1: DEFINIZIONI

 

1,1 WEB 2.0 e UGC                                                                                                                                     Prima di tentare di definire e differenziare le espressioni, per così dire, “social”, bisogna accennare brevemente[5] ad altre due definizioni sulle quali queste si fondano, secondo la teorizzazione di due docenti ed esperti di comunicazione, Michael Haenlein e Andreas Kaplan, le cui tesi, che hanno riscontrato notevole successo,  risalgono a più di dieci anni fa : l’UGC (abbreviazione di User Generated Content, ossia il contenuto creato dagli utenti) esisteva anche ai “tempi” del “Web 1.0”, anche se oggi, nell’era dei “Big Data” e delle maggiori interazioni, il “2.0” assume un ruolo più decisivo. Infatti il cosiddetto “web 2.0” si caratterizza proprio per un ruolo nuovo e partecipativo dell’utente che non si limita a fruire di un servizio ma, in varie maniere, contribuisce alla sua realizzazione. Il livello di interazione utente-sito è dunque aumentato e  <<contenuti e applicazioni non sono più creati e pubblicati dai singoli, ma invece sono continuamente modificati da tutti gli utenti in maniera partecipativa e collaborativa>>[6] . Quindi i blog, usati come un diario “personale”, essendo aperti ai commenti o dando la possibilità di far avere più autori, così come i sistemi “Wiki”, permettono la creazione di contenuti in maniera collaborativa e rappresentano un’evoluzione della mera pubblicazione e raccolta (raccolta che in origine avveniva in larga parte manualmente e non tramite bot) di contenuti.

 

1,2 SOCIAL NETWORK, SOCIAL MEDIA O SEMPLICEMENTE “SOCIAL”

I termini “social network” e “social media” sono spesso usati in maniera indistinta, insieme a quello che li ingloba e sembra affermarsi negli ultimi anni, ossia, semplicemente: “social”. Per avere un’idea della confusione, o quantomeno commistione dei due concetti, basta notare che l’enciclopedia online Treccani, a oggi, contiene la sola voce “social network”, mentre “social media” ricorre solo in alcuni esempi del vocabolario Treccani e in una pagina della sezione “Atlante” (sezione in cui si trovano due elenchi dove per esempio Twitter viene incluso tra i “social media” anche se si può benissimo considerare come un network sociale[7]). Su Wikipedia, alla voce italiana “social media”, le due espressioni sono usate come sinonimi e infatti c’è scritto: <<Social Media o Social Network, è un’espressione generica che indica tecnologie e pratiche in rete (…) per condividere contenuti (…)>>, e alla voce “Rete sociale” si parla di social media come <<la versione di Internet delle reti sociali>>. Riassumendo si può affermare che esiste una definizione sociologica di “rete sociale”[8] dalla quale deriva quella riferita alle reti sociali virtuali e ai media che ne permettono la creazione e che sono oggetto di condivisione.

Secondo la classificazione di Kaplan e Haenlein i “social networking sites” rappresentano una di sei categorie di social media: consistono in applicazioni con dei profili incentrati soprattutto su informazioni personali, con ogni tipo di contenuto possibile, dalle foto ai file, e con la possibilità di invitare terzi (di solito colleghi o amici) e inviare messaggi istantanei o email. Di questi il più famoso è probabilmente Facebook; una seconda categoria è quella dei “collaborative projects”, forse <<la manifestazione più democratica di UGC>> dato che permette la creazione di contenuti da parte degli stessi utenti finali, alla quale appartengono i siti wiki e le applicazioni di “social bookmarking” ossia raccolte di link; poi ci sono i già menzionati blog, definiti dai due studiosi come la prima forma di social media, grazie alla possibilità dei commenti; un altro tipo di “social” sono i “Content Communities” il cui scopo principale è quello di condividere un tipo principale di contenuti, e quindi video nel caso di Youtube o presentazioni nel caso di Slideshare. La loro caratteristica è quella di non richiedere la creazione di un profilo personale oppure, se richiesto, di solito contiene solo informazioni basilari; gli ultimi due tipi di social media secondo questa classificazione sono i “virtual game worlds” e i “virtual social worlds”, dei mondi tridimensionali con avatar personalizzabili in cui interagire insieme ad altri utenti: i primi, come World of Warcraft, sono dei “Role Play Game” (detti più precisamente MMORPG che sta per “massively multiplayer online RPG”) in cui si agisce secondo regole e scopi precisi. I secondi, come Second Life, pur essendo simili ai primi non hanno delle regole particolari da seguire e tendono a riprodurre una vita che ricalca quella reale. Per questo sono definiti anche semplicemente come “virtual worlds”. Il caso del videogioco Minecraft rappresenta un ibrido dei due tipi di mondi virtuali, oltre che un esempio di “realtà ibrida”: nato come gioco online, oggi fornisce anche ambienti virtuali utili all’apprendimento e addirittura una biblioteca virtuale per ospitare testi censurati in svariati paesi (almeno fin quando i rispettivi governi non vieteranno il “gioco” del tutto).

 

1,3 STRUMENTI E RISORSE PER IL SOCIAL LEARNING

Per “Social learning” o “apprendimento sociale”, negli ambiti sociologici e antropologici, si intendono le interazioni sociali che influiscono sull’identità dei singoli e sui rapporti con gli altri[9]. Volendo usare una definizione più specifica, si può definire <<come un cambiamento nella comprensione che va oltre l’individuale per situarsi all’interno di più vaste unità sociali o “comunità di pratica”, attraverso interazioni sociali di componenti di reti sociali>>[10] e quindi si capisce perché l’espressione è usata anche in ambito scolastico e aziendale per indicare forme di studio e di formazione collettive. In senso lato si potrebbero quindi definire i “social learning tools” come tutte le risorse e gli strumenti usati per l’apprendimento e la formazione di gruppo. Nel senso specifico di cui si tratta qui, cioè quello dell’insegnamento e dell’apprendimento nell’universo 2.0, un esempio è rappresentato dagli stessi social media, che sono appunto degli “strumenti”, dei “tools” per il social learning, così come le “Open Educational Resource”, delle risorse educative “open source”.

 

1,4 RISORSE EDUCATIVE APERTE: DALL’OPEN SOURCE ALL’OPEN LEARNING

Nel 2002, nell’ambito del “Forum UNESCO sull’Impatto dell’Open Courseware per l’Istruzione Superiore nei Paesi in via di Sviluppo” (sponsorizzato dalla fondazione Hewlett che continua a supportare l’agenzia dell’ONU) è stata coniata l’espressione “Open Educational Resources”, abbreviata in OER. L’altra espressione, che in qualche modo la precede, ossia “Open Courseware”, è stata definita dall’Open Education Consortium (oggi Open Education Global) come tutti quei materiali organizzati in corsi per l’istruzione superiore. Ma il concetto ancora più a monte delle varie espressioni precedute da “Open” (a indicare che i vari contenuti sono aperti alla consultazione, alla condivisione ma soprattutto alla riutilizzazione) nell’ambito dell’apprendimento, è quello di “Open Content”, mutuato a sua volta dal più noto Open Source[11].

Gli OER sono identificati dall’UNESCO come <<materiali, non necessariamente digitali, per la ricerca, l’insegnamento e l’apprendimento, di pubblico dominio o con permessi “open license” che permettono accesso gratuito, uso, modifica e redistribuzione da terzi senza restrizioni>>[12]. La loro nascita, come accennato, è da inquadrare nel contesto del diritto allo studio e quello alla conoscenza, diritti connessi al <<vincolo morale di ridistribuzione (…) condizione base che garantisce la sostenibilità, l’aggiornamento e la crescita del mondo open>>[13].

 

1,5 SCRITTURA COLLABORATIVA O COLLABORATIVE EDITING E I GROUPWARE

Quando si annotano appunti su una lavagna durante un brainstorming tra colleghi o quando viene scritta la bozza di una legge da discutere in parlamento, ci troviamo davanti a due esempi di “scrittura collaborativa”. In letteratura esistono svariate definizioni di questo tipo di scrittura, alcune di queste si focalizzano più sull’aspetto di pratica collettiva mentre altre sulla creazione di un documento[14]. P.B. Lowry, M.R. Lowry e Curtis hanno cercato di tenere in conto ambedue gli aspetti di questa <<attività altamente dinamica>> pur considerando la creazione del documento come aspetto principale di essa. I tre studiosi definiscono il “collaborative editing” come <<un processo iterativo e sociale che implica un gruppo focalizzato su un obiettivo comune che negozia, si coordina e comunica durante la creazione di un documento>>. Fanno poi riferimento alla componente olistica del processo cooperativo, spiegando che va al di là di una mera <<composizione combinata, includendo la possibilità di attività preliminari e di completamento, formazione di gruppo e pianificazione>>. Quindi la semplice scrittura del singolo si unisce alle dinamiche dell’attività cooperativa in una maniera non deterministica, senza contare che a seconda del campo della conoscenza e del tipo di lavoro, di volta in volta si trovano <<molti diversi tipi di strategie di scrittura, approcci al controllo del documento, ruoli di gruppo e modalità di lavoro>>. Esistono quindi diverse “strategie” per questo tipo di editing che implicano diversi gradi di cooperazione, consenso, suddivisione dei ruoli e simultaneità del lavoro. Un esempio di questo tipo di scrittura, in cui l’attività collettiva sarà molto ridotta, è quello del caso di singoli autori che completano dei frammenti distinti di uno scritto. Alla fine verrà rivisto insieme dai singoli o da un'altra distinta persona con il compito di portare a termine la fase di editing e quindi con un ruolo specifico, come si potrebbe fare per un libro diviso per capitoli da comporre autonomamente, in maniera separata. Un altro esempio è quello del resoconto di un’assemblea: pure se materialmente venisse scritto da una sola persona sarebbe comunque il prodotto dell’attività di un gruppo, anche se il controllo sul testo finale sarebbe esercitato da un singolo. Si può fare anche l’esempio di due o più autori che scrivono insieme la sceneggiatura di un film parlando dal vivo e rileggendo il testo redatto di volta in volta: in questo caso il livello di consenso, di pari passo a quello di pianificazione collettiva, sarà più alto. Oppure si pensi alla scrittura di una voce di Wikipedia: in questo caso il processo di composizione non avverrà in maniera simultanea ma implicherà comunque una partecipazione maggiore rispetto al primo caso citato, mentre il livello di pianificazione di gruppo diminuirà rispetto al caso della sceneggiatura, e l’esercizio del controllo sul prodotto finale potrebbe trasferirsi, di volta in volta, su chi apporta modifiche o chi ha il compito di controllarle insieme a quello della correzione finale.

Un’altra definizione utile in questo contesto, ricavata dalla “tassonomia e nomenclatura” dello studio citato, è quella di “groupware” o “collaborative software”: dei software pensati per le attività di gruppo con <<vari livelli di ambienti elettronici condivisi>> finalizzati a migliorare e supportare processo decisionale e coordinazione.

 

PARTE 2: ESMPI DI SOCIAL LEARNING TOOLS E DI EDITING COLLABORATIVO

In alcuni casi può essere difficile delineare una distinzione netta tra strumenti usati per il social learning e quelli per l’editing collaborativo, in quanto i social media dedicati o usati negli ambiti della didattica e dell’apprendimento possono incorporare funzioni per la scrittura collaborativa o essere usati per produrre contenuti di gruppo tramite dei forum, per esempio. Viceversa gli editor collettivi, oltre a un’intrinseca componente “sociale”, possono essere utilizzati sia per imparare che insegnare ed essere connessi a dei social network per la condivisione dei materiali o per le discussioni sui progetti. La divisione in due gruppi che si trova nelle prossime righe si riferisce quindi allo scopo principale dei singoli strumenti.

 

2,1 DUE ESEMPI DI SOCIAL LEARNING TOOLS: MENDELEY E COMMONSPACES

Mendeley

Il programma Mendeley è principalmente uno strumento per gestire le citazioni: oltre a catalogare varie informazioni dei testi come gli autori, case editrici, l’abstract ecc, permette di inserire citazioni, secondo vari stili, direttamente tramite delle estensioni e un apposito “bottone” dai programmi di video-scrittura, e di creare bibliografie automaticamente. Si possono ricercare singole parole all’interno dei testi caricati e suddividere i file in cartelle diverse, creando una biblioteca personalizzata e accessibile da qualunque device ci si connette. Oltre a questo è anche un social network accademico: dopo avere creato un profilo, che ne può seguire altri o essere seguito a sua volta e che insieme ad altri può essere inserito in dei gruppi specifici, si possono caricare le proprie pubblicazioni e avere statistiche su quante volte vengono citate o lette.

 

CommonSpaces.eu

CommonSpaces è una piattaforma per studenti, laureati e professionisti finalizzata all’apprendimento e al miglioramento di abilità da spendere nel mondo del lavoro, una comunità di pratica che “lavora per il lavoro” tramite la creazione di OER in un ambiente social, basata su un modello di apprendimento collaborativo riassumibile dal motto “imparare insegnando”. Funziona tramite la creazione un profilo in cui si inserisce una descrizione delle proprie competenze, titoli di studio, settore lavorativo, materie di interesse e link a profili di altri social network. Fatto questo la piattaforma fornisce la possibilità di unirsi a delle comunità e delle “sottocomunità” che fanno capo a un’istituzione, come un’università o un’associazione, o a un’area tematica, come un gruppo di docenti o un laboratorio di esercitazione per un corso di studio. Si può poi aderire a diversi progetti suddivisi in percorsi di apprendimento, costituiti a loro volta da varie unità di studio, che possono essere testi, video, presentazioni e così via. Altra caratteristica della piattaforma è l’e-mentoring, ossia la possibilità di ricercare un tutor online da scegliere sulla base dei propri obiettivi e conoscenze, oppure di diventarne uno.

 

2,2 ALCUNI ESEMPI DI EDITING COLLABORATIVO: DALL’ENCICLOPEDIA ALLA MAPPA MENTALE, PASSANDO PER LA NARRATIVA “INTRECCIATA”

Sono svariati i software per la scrittura collaborativa, il più conosciuto dei quali è sicuramente il sito Wikipedia: l’enciclopedia curata da volontari, con contenuti gratis, senza pubblicità, che appartiene alla Wikimedia Foundation ed è basata sul programma MediaWiki.

Un altro groupware che permette di realizzare documenti collettivi online, aiutando a organizzare il lavoro di gruppo è Dropbox Paper: uno spazio di lavoro virtuale che permette di visualizzare, condividere e ordinare diversi file ed elementi multimediali di vari utenti, insieme a una chat per comunicare in tempo reale sul da farsi. Sempre per quanto riguarda la creazione di documenti, principalmente testuali e di calcolo, si possono menzionare le funzioni collaborative offerte dalle ultime versioni di LibreOffice e del pacchetto office Microsoft 365.

MindMeister è un particolare esempio di software collaborativo: permette di creare delle mappe mentali e concettuali multimediali da soli o in gruppo, contemporaneamente in una chat o in maniera asincrona tramite un’apposita funzione wiki integrabile su un sito web.

Un software degno di nota per la particolare modalità di lavoro e componente “social” è Intertwine, originariamente pensato per la produzione narrativa ma utilizzabile anche per la dimensione della didattica e dell’apprendimento oltre che quella aziendale e del marketing. Il funzionamento è basato sull’intreccio di contributi di più autori, mantenendo intatto il principio di autorialità (caratteristica che a detta degli autori lo distingue da altri software collaborativi) e che può essere sintetizzato così: un primo autore fornisce il cosiddetto “incipit”, con la possibilità di dare delle indicazioni su come continuare una storia o un articolo, non necessariamente in maniera testuale e quindi anche con immagini e video. Il primo autore sceglierà poi quali contenuti faranno parte della storia finale e a ogni co-autore sarà attribuito il proprio distinto contributo. Anche i frammenti scartati saranno visibili nella storia e nei profili, oltre a essere riutilizzabili in altre storie. Oltre a questo procedimento si può optare anche per scrivere individualmente. La piattaforma funge anche da social network che include un “social rank” basato sulle interazioni nei vari social network (oltre a quello dello stesso sito). I migliori classificati si aggiudicano grafiche studiate ad hoc, interviste, citazioni, crediti per lo shopping su Amazon e buoni regalo.

 

2,3 I SOCIAL “NON DIDATTICI”

L’uso principale di social network non concepiti come strumenti didattici, come Facebook o Twitter, sembra limitarsi soprattutto a un modello di comunicazione pratica e “verticale” più che a processi partecipativi e “orizzontali”. Una comunicazione formale che di solito è sganciata dalla didattica vera e propria e formata da avvisi, diffusione e archiviazione di documenti o proposizione di questionari. Facebook, blog e software wiki sono comunque usati <<per creare gruppi di lavoro, anche informali>>[15].  Prima dei gruppi informali su Whatsapp e Facebook di singole classi, corsi di studio o facoltà, erano i forum a essere particolarmente diffusi per lo scambio di opinioni su docenti, esami, questioni burocratiche, ecc. Alle funzioni pratiche succitate si possono aggiungere anche vari tipi di annunci, in particolare quelli per scambio e vendita di libri e appunti.

È anche importante notare che non sono solo alcuni docenti a considerare inadeguati i social network nella didattica in quanto strumenti troppo informali, ma anche molti alunni: forse ciò è dovuto alla separazione tra <<”tecnologie delle vita” e “tecnologie dell’apprendimento”>>[16]. Tuttavia questi punti di vista potrebbero o dovrebbero cambiare e, insieme all’uso formale di strumenti nati come informali, necessitano di ulteriori studi.

 

CONCLUSIONI

L’emergenza sanitaria (ancora in atto nel momento in cui si scrive) ha reso necessario l’utilizzo di strumenti telematici che non sarebbero stati usati se non ci fosse stato il lockdown. Forse la tragedia dell’epidemia potrebbe dare nuovi spunti su come usare al meglio questi strumenti anche quando la presenza fisica è possibile ma non preferibile.

La comunicazione umana e le maniere in cui si tramandano le conoscenze sono, secondo chi scrive, le principali caratteristiche che distinguono l’uomo dalle altre specie. La dimensione collettiva e sociale è fondamentale per questo fine e per il perpetrarsi della specie, ma bisogna anche pensare a non trascurare la dimensione individuale… Del resto, anche in senso non deterministico, la dimensione collettiva è connessa a quella dei singoli individui: il problema principale, così come con i social e i programmi applicativi di gruppo, è capire come conciliare i bisogni della collettività con quelli dei singoli, perché ciò che concerne l’ambito del gruppo arricchisce quello del singolo, ma lo rende anche più complesso e quindi necessita di sforzi ulteriori. Uno di questi sforzi è sicuramente quello di migliorare la selezione di contenuti: l’“over-load” informativo era un problema già ai tempi dei quasi cinquecentomila rotoli della Biblioteca di Alessandria che <<rappresentavano per i lettori dell’epoca (e rappresenterebbero per qualunque nostro contemporaneo) una sfida altrettanto impossibile>>[17] e che ci accompagnerà sempre con i cambiamenti tecnologici.

Ma ancora più importante è riscoprire la dimensione “open source” <<del dono, della condivisione e della compartecipazione>>[18], sganciando il sapere dalla logica del profitto, diffondendo il potere della conoscenza, promuovendo l’open learning e costruendo modelli di società e governance più “aperti”, nel senso di apertura alla diversità ma anche di quello di maggiore trasparenza.

 

Paolo Maria Addabbo

 

 

BIBLIOGRAFIA

Andreas M. Kaplan, Michael Haenlein, ‘Users of the World, Unite! ...’ <https://www.scribd.com/document_downloads/direct/63799736?extension=pdf&ft=1539888870&lt=1539892480&show_pdf=true&user_id=317760050&uahk=OpAT3r88MXpPHYYHeOl_nf7bwe0> [accessed 21 October 2018]

Avalle, Ugo, Giovanni Leccisotti, and George Bernard Shaw, ‘Open Learning e Open Source: Sinergia e Complementarietà’, Didamatica, 2012, 1–7

Grion, Valentina, and Stefania Bianco, ‘Social Network Come Strumenti Didattici: Percezioni e Atteggiamenti Di Insegnanti e Studenti’, 2016 <https://ec.europa.eu/epale/it/resource-centre/content/social-network-come-strumenti-didattici-percezioni-e-atteggiamenti-di>

Manca, Stefania, and Maria Ranieri, ‘I Social Media Vanno All’università? Un’indagine Sulle Pratiche Didattiche Degli Accademici Italiani’, ECPS - Educational, Cultural and Psychological Studies, 2014, 305–39 <https://doi.org/10.7358/ecps-2014-010-manc>

Mehring, Jeffrey, ‘The Flipped Classroom’, Innovations in Flipping the Language Classroom: Theories and Practices, 2017, 1–9 <https://doi.org/10.1007/978-981-10-6968-0_1>

Paul Benjamin Lowry, Aaron Curtis, Michelle René Lowry, ‘Building a Taxonomy and Nomenclature of Collaborative Writing to Improve Interdisciplinary Research and Practice’, Journal of Business Communication, 53 (2013), 1689–99 <https://doi.org/10.1017/CBO9781107415324.004>

Reed, Mark S, Anna C Evely, Georgina Cundill, Ioan Fazey, Jayne Glass, Adele Laing, and others, ‘What Is Social Learning?’, Ecology and Society, 15 (2010) <www.jstor.org/stable/26268235>

Roncaglia, Gino, L’età Della Frammentazione (Laterza, 2018)

 

 




[1]  Stefania Manca and Maria Ranieri, ‘I Social Media Vanno All’università? Un’indagine Sulle Pratiche Didattiche Degli Accademici Italiani’, ECPS - Educational, Cultural and Psychological Studies, 2014, 305–39 <https://doi.org/10.7358/ecps-2014-010-manc>. I risultati mostrano un uso ancora piuttosto limitato di questi strumenti a fronte di motivazioni di ordine e natura diversa, che evidenziano il prevalere di forme tradizionali di insegnamento, soprattutto faccia-a faccia, su pratiche più sociali e collaborative. Inoltre, emergono anche fattori di resistenza culturale o di percezione di inutilità di questi strumenti, che potrebbero contribuire a mettere in crisi i modelli tradizionali della relazione pedagogica.

 

[2] Mehring, J. The flipped classroom. Innov. Flip. Lang. Classr. Theor. Pract. 1–9 (2017)

[3] Cfr Jeffrey Mehring, ‘The Flipped Classroom’, Innovations in Flipping the Language Classroom: Theories and Practices, 2017, 1–9 <https://doi.org/10.1007/978-981-10-6968-0_1>.

[4] Cfr Mehring.

[5]   Michael Haenlein Andreas M. Kaplan, ‘Users of the World, Unite!’ <https://www.scribd.com/document_downloads/direct/63799736?extension=pdf&ft=1539888870&lt=1539892480&show_pdf=true&user_id=317760050&uahk=OpAT3r88MXpPHYYHeOl_nf7bwe0> [accessed 21 October 2018]. << We begin by describing the concept of Social Media, and discuss how it differs from related concepts such as Web 2.0 and User Generated Content. Based on this definition, we then provide a classification of Social Media>>

[6]   Andreas M. Kaplan.

[8] http://www.treccani.it/vocabolario/social-network_%28Neologismi%29/ << In sociologia, gruppo di persone legate tra di loro da fattori sociali e culturali condivisi, studiato in particolare nell’ambito di ricerche antropologiche sull’interculturalità.>>

[10]   Mark S Reed and others, ‘What Is Social Learning?, Ecology and Society, 15.4 (2010) <www.jstor.org/stable/26268235>.

[11]  Ugo Avalle, Giovanni Leccisotti, and George Bernard Shaw, ‘Open Learning e Open Source: Sinergia e Complementarietà’, Didamatica, 2012, 1–7. <<Nel 1998 David Wiley teorizza l’open content, mutuando i concetti dell’open source alla comunità dei formatori: contenuti formativi da poter riutilizzare, migliorare, condividere, contestualizzare. Nel 2001 MIT pubblica sul web i primi corsi open dando vita ad una iniziativa rivoluzionaria: l’open courseware, che vede oggi affiliate numerose università e istituzioni di prestigio in tutto il mondo (tuttavia l’Italia non ha ad oggi alcuna istituzione partecipe). Nel 2002 l’Unesco formalizza, dando il via ad un vero e proprio movimento,

le open educational resource (OER), auspicando il riuso, l’adattamento e la condivisione di risorse didattiche aperte. Di conseguenza l’open learning, inteso dapprima come innovativo metodo di interazione, assume connotati più ampi, fino a divenire un nuovo, importante paradigma dell’apprendimento.>>

[13]  Avalle, Leccisotti, and Shaw.

[14] Michelle René Lowry Paul Benjamin Lowry, Aaron Curtis, ‘Building a Taxonomy and Nomenclature of Collaborative Writing to Improve Interdisciplinary Research and Practice’, Journal of Business Communication, 53.9 (2013), 1689–99 <https://doi.org/10.1017/CBO9781107415324.004>.

[15]  Manca and Ranieri.

[16]  Valentina Grion and Stefania Bianco, ‘Social Network Come Strumenti Didattici: Percezioni e Atteggiamenti Di Insegnanti e Studenti’, 2016 <https://ec.europa.eu/epale/it/resource-centre/content/social-network-come-strumenti-didattici-percezioni-e-atteggiamenti-di>.

[17] Gino Roncaglia, L’età Della Frammentazione (Laterza, 2018).

[18]  Avalle, Leccisotti, and Shaw.

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